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The Great Sicilian Cat Rescue

Grazie Jennifer

L’Arca-Associazione Animalista desidera porgere pubblicamente i più sentiti ringraziamenti a Jennifer Pulling. La nota scrittrice inglese, grande animalista, sta ripercorrendo in Sicilia l’itinerario che anni fa la vide protagonista di una eccezionale campagna di sterilizzazione di gatti randagi. Essendo anche Presidente dell’Associazione Catsnip, per due anni consecutivi ha portato nel nostro territorio una equipe di veterinari e assistenti veterinari inglesi che hanno lavorato incessantemente per dieci giorni, sterilizzando gatti randagi presso lo studio messo generosamente a disposizione dal dr. Davide Trefiletti di Mascali. Frenetica e completa è stata la nostra collaborazione, che ha visto i nostri volontari occuparsi del prelievo dei gatti dalle colonie feline, della conduzione presso l’ambulatorio veterinario e, infine, dopo breve degenza, della loro reimmissione nel territorio. Inoltre ci siamo occupati del supporto logistico della equipe inglese, fornendo tutto il necessario per assicurare loro una permanenza piacevole. Questa straordinaria esperienza è stata ricordata da Jennifer nel suo libro “ The Great Sicilian cat rescue” ( in vendita anche su Amazon) , di cui ci ha donato personalmente una copia autografata, mettendo in risalto in un intero capitolo la nostra collaborazione e l’ospitalità della nostra segretaria prof.ssa Valeria Cundari. Durante la sua recente visita, oltre alla copia del libro, l’autrice ha donato all’Arca-Associazione Animalista € 290,00, destinati alla cura di gatti randagi particolarmente bisognosi, e di questa generosa offerta la ringraziamo sentitamente. Jennifer Pulling dimostra che l’amore per gli animali non ha frontiere né di stati né di Comuni ed il nostro augurio è che il suo messaggio venga recepito e si possa in un prossimo futuro ripetere quella indimenticabile esperienza. GRAZIE JENNIFER!!!

Un estratto dal libro che parla di noi


CAPITOLO 31 (*)


VALERIA, UNA “GATTARA” MOLTO SPECIALE


Il giornale locale ne era tappezzato: i corrieri pianificavano di utilizzare il porto di Shoreham per esportare animali vivi verso il continente. La comunità locale ne era indignata e si sparse la voce, invitando la gente ad unirsi alla protesta. Nel 1995, in una notte fredda e buia, duecento di noi si raccolsero vicino l’entrata del porto, fasciati in sciarpe, giubbotti pesanti e guanti. Schierati in gruppi e tremanti, aspettando cosa? Arrivati a quel punto, non ne avevamo idea. Poi si sollevò un grido: “Arrivano!”. Dopo tutti questi anni, posso ancora ricordare lo shock per ciò che vidi… camion giganti contenenti giovani vitelli, diretti verso il molo. Occhi tristi, sbigottiti, scrutavano attraverso il lato steccato dei container. Cuccioli strappati alle loro madri, destinati a casse di carne di vitello ed una vita di sofferenze. La reazione della folla fu sorprendente. Come se lo avessimo già fatto prima, il nostro obiettivo comune era quello di fermare quei camion. Quella notte sorprendemmo la polizia. Vi erano soltanto una cinquantina di poliziotti e non erano preparati a trovare la strada bloccata da manifestanti arrabbiati. Dopo una mezz’ora di scontri, i camion tornarono indietro. Non ci sarebbe stata alcuna spedizione quella notte. La notte seguente ancora più persone si erano unite a noi al porto. La cosa straordinaria, in seguito colta dai giornali, fu la diversità di questi dimostranti e la loro solidarietà: un giovane con capelli rasta parlava con una donna attempata dai capelli blu; un uomo con un cane distribuiva capi invernali fuori moda alla folla tremante. Tutte le età, tutte le taglie, tutti riuniti per la stessa atrocità. Notai un personaggio solitario che viveva all’angolo della mia strada e la cui unica preoccupazione sembrava essere rivolta alle sue rose. Si trovava un po’ distaccato da tutti gli altri, ciononostante si unì ai nostri insulti alla polizia. La causa comune buttò giù le barriere e ci unì in un’ostilità crescente contro la legge. Stavano diventando estranei alla nostra comunità quanto i camionisti senza volto che brutalizzavano gli animali… ma non ancora. La polizia del Sussex aveva solo raddoppiato il suo numero, il che significava che ancora una volta non potevano fermarci. Da questo momento i media avevano il possesso della storia e intendevano girarla in una di quelle sommosse anarchiche con teppisti che attaccano poliziotti mal equipaggiati. Come spesso accade, tutto fu tolto dal suo contesto. Un attivista con passamontagna che si arrampicò verso la cabina del camion pieno di vitelli fu dipinto come se stesse frantumando il suo parabrezza con un mattone. Fu solo una caso isolato. Non ricordo sia capitato altre volte, ma fu mostrato in tv più e più volte da sembrare un attacco molteplice. Non ce ne preoccupammo; ciò che ci importava era che questi camion pieni di vitellini stavano lasciando la nostra costa per raggiungere il macello e le casse di vitello di Johnny Foreigner ed eravamo furibondi, avremmo fatto di tutto per fermare tutto questo. E, almeno per il momento, c’eravamo riusciti. Quando fu intervistata Carla Lane, scrittrice televisiva ed animalista, disse:”Ha fatto più questa gente in pochi giorni per portare tale crudeltà sotto l’attenzione di tutti che persone come me mediante pacifiche discussioni nel corso di anni”. Era una sensazione inebriante. Per alcuni giorni la nostra piccola banda aveva fermato l’esportazione e il paese parlava di noi. La routine quotidiana cambiò, incentrata su tabelle delle maree e su notizie rispetto alle future spedizioni. Molti di noi riorganizzavano le proprie giornate attorno a questo, dormendo in orari insoliti, svolgendo faccende domestiche, attenti al momento in cui il telefono suonava e una voce diceva: ”Passo a prenderti tra 10 minuti”. Tutto il resto appariva come un sogno, ma non avevamo ancora vinto. A prescindere da ciò che la polizia del Sussex potesse sentire in quanto persone, ed avevo sentito più poliziotti esprimere il loro disgusto per quel commercio, erano legati dal loro dovere a consentire il transito di quei vergognosi camion. Ciò che apprendemmo in seguito fu che avevano inviato ulteriori 1500 agenti da ulteriori forze e prenotato in gruppo diversi alberghi di Brighton per il loro soggiorno, cosi da assicurare il passaggio dei camion. Sarebbe costato 200,000 sterline a notte. Con l’arrivo dell’incontro si verificarono delle scene che non immaginereste mai nel centro dell’Inghilterra. Per molte persone, me compresa, scaturì la sfiducia nei confronti della nostra polizia, che non se ne era mai andata del tutto. Immaginate una squadra antisommossa che prende a pugni donne di una certa età, spingendo i ragazzi contro il muro, gettandosi, con i piedi, su famiglie sedute per strada. Un attacco esagerato e pesante stava per ripetersi a Brightlingsea dove, nello stesso anno, stava avvenendo un altro tentativo di esportazione. Ne conseguì un’altra reazione da parte della comunità locale. Dal momento che le lotte imperversavano per ore, poi giorni, settimane, mesi, portarono ad oltre 300 arresti e molte persone restarono ferite. Ma alla fine, il potere della gente trionfò. Durante quelle lunghe veglie parlai con molte persone o sedetti tra di loro nel piccolo caffè dove andavamo in cerca di una tazza di te bollente. Li c’erano Justine, infermiera veterinaria, e Helen, che aveva lasciato il suo lavoro come addetta alle pulizie per unirsi all’assedio. L’esperienza di quella dimostrazione cambiò cosi tante vite. Ricordo che Justine aveva utilizzato le sue ferie per andare a lavorare in un santuario per elefanti in Tailandia. La ricerca solitaria di Helen volta alla liberazione di animali maltrattati quasi la spinse in carcere. Contattai entrambe e, con mio grande piacere, accettarono di unirsi a me. La mia squadra era al completo. Quando giungemmo all’aeroporto di Catania eravamo cariche. Non so bene cosa mi aspettassi, ma la figura mentale che dipinsi sulla voce rauca di Valeria, che ci aspettava insieme al marito Antonio Cundari, non si accostava alla sua chioma rossa e modaiola. “Jenny!” Ci abbracciammo e baciammo come se ci conoscessimo da anni. L’Oasi Park Hotel a Mascali era proprio tutto ciò: un’oasi di tranquillità immersa tra alberi di palma. Vittorina ci attendeva per i saluti, accanto a lei tanti cani goffi. I giorni successivi la scoprì essere una grande donna con la consuetudine di fumare una sigaretta dopo l’altra, schietta quando si metteva al volante come tutti i siciliani, e con un profondo amore per i gatti. La mia stanza si trovava proprio in cima all’edificio, una sorta di attico con un tetto spiovente che amavo. Era il mio rifugio dopo una giornata frenetica in ambulatorio. Quella notte ci unimmo tutti a cena a casa dei Cundari, nei pressi di Giarre. Fu solo l’inizio di tante cene in quella settimana, durante la quale Valeria si inventava deliziosi pasti in pochissimo tempo. Davide Trafiletti lavorava fino a tardi al suo ambulatori quella sera, ma alla fine si unì a noi e bisticciò con il suo collega Guy davanti ad un bicchiere di vino rosso. Mangiammo, bevemmo, fu una serata chiassosa. Mi domandai come saremmo riusciti ad alzarci presto il giorno seguente per svolgere il nostro lavoro, ma in qualche modo ci riuscimmo. Scoprì presto che Mascali era molto diversa da Taormina. Situata nella Sicilia orientale, all’ombra dell’Etna, la città aveva sofferto diverse volte nel corso dei secoli a causa di terremoti ed eruzioni vulcaniche. Nel novembre 1928 vi fu un avvenimento disastroso, che portò alla distruzione di gran parte della città. Questa eruzione dell’Etna fu la più disastrosa dal 1669, la città di Catania ne fu sopraffatta. In poco più di un giorno, Mascali fu devastata, ma si era trattato di un'evacuazione ordinata dei suoi abitanti. Le famiglie, aiutati dai militari, erano state in grado di rimuovere mobili e arredi dalle loro case. Una volta evacuati, vennero trasferiti presso le città limitrofe, restando con parenti, amici o in appartamenti in affitto. Una città completamente nuova fu costruita. Lo stile urbano era una disposizione a scacchiera influenzata dalle città siciliane risalenti ad un periodo tra il XVI al XVIII secolo, ma con molti degli edifici che riflettevano “l’architettura fascista” del tempo. Fu completata nel 1937 e le condizioni abitative risultavano molto avanzate rispetto ad altre città della regione. Molte persone sembrano essere indifferenti rispetto al vivere in città e paesi all'ombra dell’Etna. Tuttavia, l’avvenimento del 1928 aveva dimostrato che la lava era in grado di raggiungere i fianchi inferiori del vulcano entro un breve periodo nel corso di un’eruzione. L’ambulatorio di Davide era situato in una stradina laterale e registrava un’attività frenetica. La scena era quella di un via vai di proprietari con i loro animali domestici. Ovviamente, era un veterinario popolare e molto amato in zona. Al di sopra del suo ambulatorio principale aveva allocato una grande sala in cui ci fu possibile riporre le nostre trappole e gabbie di recupero per gatti. Mi sarebbe piaciuto aver acquistato più gabbie accatastabili, avrebbero risparmiato spazio. L’adorabile Catherine della Metalcote, la società che utilizzo per le forniture, aveva abilmente confezionato la mia fornitura veterinaria all’interno di esse ed avevano viaggiato a Mascali per strada, proprio davanti a noi. Stabilì un semplice sistema di check-in e check-out, inserendo ogni gatto in un quaderno e spuntandolo quando ritornava alla sua colonia. Proseguendo lungo il pianerottolo vi era una stanza più piccola, dove organizzammo una chirurgia di fortuna. Mentre Guy sistemava i suoi strumenti e organizzava il tavolo operatorio, Helen era sulle spine, ansiosa di iniziare. Molto esile e prestante, mi ricordò di Angela e mi venne in mente che la sera prima aveva mangiato come un uccellino. Ciononostante aveva dimostrato di avere un’enorme energia e una vera abilità nel prendere i gatti. Caricammo le trappole nel furgone eccentrico di Davide sbandando via. Altre volte andai fuori con Valeria verso piccole città che non avevo mai visitato prima, come Giampilieri, vicino Messina. Il paese era lontano rispetto alla strada, quasi alla maniera di frazioni costruite per resistere i Saraceni. Dovemmo camminare a lungo dal passaggio della stazione sotto un ponte della ferrovia e attraverso il letto di un fiume in secca. Era stato gettato ogni tipo di spazzatura al suo interno: latte di olio, vestiti, mobili e, sospettavo, persino animali morti. Le strade erano strette, le case guardavano alle finestre altrui come se i loro abitanti spettegolassero dei propri vicini. In inverno avrebbero collocato fuochi all’aperto fuori dalle case- la conca- e, mentre passavo, sentì un soffio di calore contro le mie gambe. Girammo per una vasta zona, sistemando le trappole tra i terreni degli appartamenti e in un cimitero, dove gatti smagriti vagavano tra le lapidi di angeli piangenti che apparivano come piccole dimore abitate dai defunti. Valeria sapeva esattamente dove dovevamo dirigerci. Un giorno, caricò la sua auto con scatolette di cibo per gatti e mi disse che stavamo andando a far visita a Maria, una gattara locale. Ci fermammo in una strada grigia, ricoperta di immondizia e Valeria si rivolse a me. “Aspetta in macchina”- mi consigliò- “Maria è disoccupata e si imbarazza nel ricevere aiuto, ma si prende cura di tanti gatti ed io cerco di aiutarla quanto più posso”. Alcuni minuti dopo mi chiamò dai gradini di casa in cui Maria si trovava, mentre Valeria ne abbracciava il corpo magro, vestito di un cardigan consunto e un grembiule a fiori. Il suo viso era smunto, ma mi rivolse un sorriso fugace. “Jenny è qui per aiutarci con il nostro lavoro”, spiegò Valeria. “Nel corso di questa settimana abbiamo intenzione di prendere più gatti che possiamo per castrarli. Inoltre li cureremo, quindi.. ci sono gatti malati?” Incontrai lo sguardo di Maria e mi domandai in che modo mi vedesse. I nostri mondi erano molto diversi - una ricca benefattrice del nord Europa forse? Lo ero, ma stavolta toccava a me sentirmi in imbarazzo. Valeria parlò rapidamente nel dialetto locale e Maria ci condusse nel retro dell’edificio, dove un’ampia distesa di rifiuti giaceva a terra, disseminata di spazzatura, vecchie biciclette, barili ... ogni genere di cosa. I gatti ci guardarono con curiosità, poi corsero via. Sembrava una scena di desolazione e speranza perduta, una sorta di accettazione del destino. Noi recuperammo le trappole e le sistemammo sul posto. Gli occhi spenti di Maria mostrarono per la prima volta un briciolo di interesse. Anche in questo caso, Valeria parlò in dialetto, spiegando cosa stessimo facendo. “E non costa nulla?”. Per la prima volta, Maria sembrò approvarmi. Un altro giorno, due ragazze si unirono alla nostra spedizione acchiappa gatti. Entrambe si chiamavano Giovanna, una alta e voluttuosa e l'altra snella e graziosa, incline a scoppiare in lacrime ogni volta che vedeva un gatto o gattino malato. Erano un meraviglioso aiuto e compresero subito il funzionamento delle trappole. Presto le portarono da sole, trionfanti ogni volta che prendevano un felino. ‘’Giovannona", cosi la chiamavamo, non aveva paura di nessuno. Una volta una donna dalla sua finestra le gridò dall'altra parte della strada: ‘Siete degli assassini! Catturate quei gatti per ucciderli, non è cosi?” Giovannona si piantò nel mezzo della strada, con le mani sui larghi fianchi, e le scagliò dietro un flusso di parolacce, tra le quali ne riuscì ad intendere solo alcune. Ovviamente, si trattava di un’avversaria troppo forte; la finestra si richiuse. In un'altra occasione, le trappole finirono per attirare un po’ troppa attenzione. Si radunò una piccola folla, incuriositi da quegli strani aggeggi e desiderosi di sapere come funzionassero. I gatti, saggiamente, si mantenevano a debita distanza. Giovannona perse la pazienza. Si fece avanti e rimase come un poliziotto sulla scena di un incidente stradale, ordinando alla folla di disperdersi. Quasi mi aspettavo che cominciasse a gridare: 'Niente da vedere, niente da vedere!”. Non a caso, la gente si allontanò imbarazzata. Davide era molto interessato agli interventi chirurgici di Guy, il metodo del “buco della serratura” che io avevo già avuto modo di osservare quando Frank Caporale, il veterinario americano, era venuto a Taormina. Un giorno, mentre salivo le scale con un altro gatto nel trasportino, rimasi incuriosita da un brusio di voci e lo scoppio improvviso di una risata provenienti dalla chirurgia. C’era Guy circondato da un gruppo di giovani e di donne. Stava mostrando questo metodo, molto meno invasivo, gesticolando in maniera animata per compensare la sua mancanza di italiano. “Sono studenti veterinari provenienti da Messina”, mi spiego’ Davide. “Stanno ancora insegnano loro i vecchi metodi. Ho pensato che questa sarebbe stata una grande opportunità per loro”. Aveva ragione. Se ne stavano lì a guardare con gli occhi spalancati, come se Guy fosse un mago che tirava un coniglio fuori dal cilindro. I pasti dai Cundari continuarono ad essere sontuosi durante la settimana. Mi domandavo come Valeria riuscisse a destreggiarsi tra l’insegnamento la mattina, dando il suo contributo al rifugio e aiutando con la cattura dei gatti nel pomeriggio prima di posizionarsi davanti al forno, creando cibi deliziosi. Alcuni di questi piatti evocavano ricordi di ciò che avevo imparato a preparare durante il periodo in cui avevo vissuto a Taormina. Spaghetti, aglio, olio e peperoncino sono ingredienti apparentemente semplici eppure, se ben combinati, possono essere molto saporiti. Aglio e peperoncino o fiocchi di peperoncino vengono saltati in olio d’oliva sino a far imbiondire l’aglio. Questa salsa si mescola poi a degli spaghetti al dente; si aggiunge del prezzemolo e si serve immediatamente il piatto. Alici fresche saltate con aglio e peperoncino in olio d’oliva, sfumate con il vino bianco, poi amalgamate con spaghetti, pomodorini a dadini ed un sacco di prezzemolo tritato e condite con pangrattato abbrustolito costituiva un altro dei suoi piatti preparati velocemente - gli Spaghetti alla siracusana. Vi era più di un bicchiere del più noto vino di Mascali, il Nerello, a mandar giù queste delizie. La cucina siciliana fa un buon uso delle verdure freschissime presenti nell’isola, cosa che rese più semplice far fronte ai bisogni di Helen, che era vegana. Come se non avesse abbastanza da fare con tutti questi ospiti affamati, Valeria aveva anche portato a casa diversi cucciolate di gattini senza madre che Giovannona e la piccola Giovanna avevano trovato, e lei era li a nutrirli con latte per gattini ed una pipetta. Una gattara davvero ammirevole! Mi presi un’ora, o giù di lì, per girovagare per Mascali. La cattedrale è dedicata al patrono della città, San Leonardo, e fu consacrata nel 1935. Presenta tre navate e conserva un statua di marmo risalente al diciottesimo secolo, raffigurante il santo. La città, cosi come i suoi dintorni, è disseminata di molte chiese in rovina, le cicatrici dei terremoti e delle colate laviche che si sono susseguiti. Mentre ero in piedi nella piazzetta a leggere la mia guida, ho potuto avvertire sguardi curiosi. Un uomo anziano mi si avvicinò e mi chiese cosa stessi facendo li. A differenza di Taormina, dove all’incirca una persona su due è un turista, mi sono sentita molto più straniera a Mascali. Helen non aveva tempo per tutto ciò. Sembrava costantemente pronta per sfrecciar via per un’altra operazione “acchiappa gatti”, impaziente quando abbiamo osato fermarci per un panino a pranzo portato dal marito di Valeria, Antonio. Quando, a suo dire, non stavamo lavorando abbastanza, prese in prestito il van di Davide e se ne andò a Taormina per una ricognizione. “Torniamo lì questo pomeriggio”- mi esortò. “Ho visto almeno due gatti da salvare”. “Ok” - risposi, un po’ riluttante. Non si trovava lontano da Mascali, ma quelle stradine verso l’alto mettevano alla prova il van instabile. Ciò che mi preoccupava era che il permesso ottenuto da Valeria per la sua area non si estendeva a Taormina. Dovevamo prestare molta attenzione per non rischiare una denuncia. Prendemmo la strada che curvava verso l'alto, fuori Taormina, in direzione di Castelmola, e ci fermammo in Via Von Gloeden. Helen indicò la strada verso una fila di bidoni traboccanti di spazzatura. Mise giù un piatto con un po’ di tonno e chiamò a bassa voce. Poco dopo, un gattino color tartaruga apparve. Era magro e camminava lentamente; era chiaro che fosse piuttosto vecchio. “Qualcuno mi ha detto che il suo nome è Macchia. Cosa significa in inglese?”. “E' abbastanza ovvio!” -risposi ridendo. “Guarda la grossa macchia nera su metà della faccia. In effetti è un patchwork di colori. Pensa al caffè con il latte che servono qui, è chiamato latte macchiato, latte con una macchia di caffè - è un buon nome”. Helen sollevò la gatta, che non protestò. Forse un tempo era il cucciolo di qualcuno, pensai. La teneva in braccio e la accarezzava: “Bene, Macchia, tu verrai con noi”. Il secondo gatto che Helen aveva visto nella stessa zona era in cattivo stato. La sua pelliccia era sbiadita e arruffata, le narici incrostate di muco e il suo respiro era rumoroso. Sebbene fosse un maschio di grossa taglia, appariva sciupato e sul punto di morire. “La persona con la quale ho parlato mi ha detto che, nonostante la gente del posto provi a dargli da mangiare, il gatto non riesce a mangiare con questo freddo terribile. Comunque, l’ho chiamato Big Boy”. Big Boy potrebbe forse era malato, ma non aveva alcuna intenzione di avvicinarsi alla trappola che avevamo posizionato. Dopo una mezz’ora senza risultati, Helen si fece impaziente. Tornò alla macchina e ritornò con una grande rete. Avevo letto a proposito di queste reti utilizzate per la cattura degli animali, ma non le avevo mai viste in azione prima. Helen trionfò. Dopo solo due tentativi falliti riuscì a prendere il gatto e portarlo delicatamente in una gabbia. Lui non si era opposto molto - doveva essere molto debole. “Vogliamo approfittarne per esplorare la zona, ora che siamo qui?”- consigliò Helen- “Ho un paio di trappole nel furgone”. “Credo che faremmo meglio a ritornare subito a Mascali” - risposi io. “Non vogliamo che questi due gattini si stressino di più”. Mentre Guy era occupato ad operare, Davide prese i gatti e li esaminò. Disse che Macchia non era in condizioni di salute particolarmente gravi, era semplicemente vecchia e necessitava di essere alimentata. Big Boy, invece, era un altro caso, aveva bisogno di antibiotici e di essere idratato. Grazie al cielo, alla fine si riprese, ma credo che lo avessimo raccolto appena in tempo. Quando furono sistemati in due comode gabbie, mi guardai attorno in cerca di Helen, ma lei era già scomparsa per una nuova spedizione in cerca di gatti. Alcuni giorni aiutai Valeria con la spesa al supermercato, per il rifornimento dopo tutti i pasti che avevamo consumato. In questo modo, ebbi modo di sapere qualcosa di Giarre. Un tempo, la sua notorietà era dovuta al fatto di essere punto di raccolta del vino prodotto sulle colline sovrastanti, i cui barili venivano fatti rotolare giù per la strada principale, verso il porto. Oggi, la sua particolarità è di gran lunga più sospetta. La piccola Giarre è iniziata a diventare l’epicentro di un fenomeno di sperpero. “Questo ospedale ha impiegato trent’anni per essere costruito ed era già obsoleto prima della sua apertura”- osservo’ cupa Valeria. Nelle vicinanze vi era un teatro parzialmente costruito ricoperto di graffiti, i cui lavori erano stati avviati e fermati almeno dodici volte. “Non siamo una grande città, ci sono solo 27.000 abitanti, ma a Giarre vi è il maggior numero di progetti pubblici incompiuti in tutta la Sicilia. Questo spreco è così sorprendente che alcune persone hanno suggerito di promuoverlo come attrazione turistica!”. Non ero sicura se stesse scherzando, oppure no. Più tardi, mi misi a cercare le brutture urbanistiche più note di Giarre. Qui, si trovano venticinque strutture incomplete costruite tra la metà del 1950 e gli anni 2000, molte di notevoli dimensioni, come il vasto stadio di atletica leggera e polo, una piscina regionale incompiuta di dimensioni quasi olimpioniche, e un palazzo di calcestruzzo rotolante noto come Sala Polifunzionale. Queste strutture non sono altro che scheletri di calcestruzzo, invasi inesorabilmente da erbacce e cactus. Tuttavia, restano una macchia nel paesaggio. Tali edifici sono un tetro promemoria della consuetudine da parte dei politici locali di esternare affermazioni impressionanti, ma mal consigliate, sul completamento dei lavori pubblici al fine di ottenere fondi sicuri dal governo regionale. L’avvio di costruzioni su larga scala è stato un modo per vincere le elezioni e per creare posti di lavoro. Si sostiene sia anche un modo per combattere il potere di reclutamento da parte della Mafia. La settimana trascorsa a Mascali si rivelò il viaggio per trappole-castrazione più estenuante di tutti. Guardando indietro, mi accorsi di come l’entità di ciò che avevamo donato, le aree che avevamo coperto e lo stress di trattare con molti gatti, che erano malati, aveva avuto il suo prezzo. I nostri pasti con i Cundari costituivano l'unico momento di relax prima di un altro giorno inarrestabile e iniziato di prima mattina. Per quanto mi riguardava non era solo questo. Stavo nutrendo nuovamente dei dubbi se fosse giusto interferire con l’esistenza dei gatti selvatici. “Questa è un’assurdità!”- rispose Helen con fermezza quando espressi i miei dubbi. Quanto avrei voluto avere la sua risolutezza. Il mio problema, mi convinsi, era che mi stavo identificando troppo con i gatti e la loro paura di essere catturati. Non avevo ancora imparato la lezione sul prendere le distanze, che è essenziale se si esegue questo lavoro. Nonostante razionalmente sapessi che Helen aveva ragione, ciò era in conflitto con le mie emozioni. Stavo diventando ipersensibile. La domenica mattina seguente, scesi per la colazione e sentii come se non avessi abbastanza forza per sollevare la tazza. Andai a sedermi in giardino, in una sedia a sdraio sotto le palme, non riuscivo a muovere braccia e gambe. Completamente esausta, avevo la sensazione che i miei muscoli si fossero tramutati in acqua. Quel giorno gli altri ritornavano in Inghilterra, ma io avevo programmato di rimanere un altro po’. Adesso avevo paura di essere lasciata da sola. Più tardi, scoprii di soffrire di fatica volontaria, qualcosa di molto reale sperimentato da parecchi volontari ben intenzionati. Tempo di cambiare la fatica con un po’ di equilibrio. Vittorina venne in mio soccorso. Mi disse di rimanere esattamente dove mi trovavo e, all'ora di pranzo, preparo’ un piatto leggero e delizioso a base di riso. Quel giorno mi coccolò come una chioccia. Nel pomeriggio, iniziai a sentirmi un po’ meglio e la sera, quando arrivò Davide, gli dissi che il giorno seguente sarei stata pronta per un’escursione a Taormina: avremmo portato Macchia alla sua nuova casa. Non avrebbe potuto esserci un risultato migliore per questo gatto, anziano ma grintoso. Inga era un artista di mezza età che aveva vissuto a Taormina per molti anni ed era un’amante dei gatti. La sua casa un po’ sgangherata non sarebbe mai apparsa in un Magazine di case, ma era un rifugio per questi felini. I vecchi divani erano coperti con copriletti colorati, dove gatti color zenzero e neri, bianchi e color tartaruga dormivano indisturbati. Al di là vi era un giardino selvatico dove potevano girovagare. Macchia presto vide fuori alcuni gatti più giovani che fece sparire con un ringhio ed una zampata. Si sistemò lei stessa su una parete dove poteva sorvegliare il territorio. Credo che sarebbe diventata la matriarca di quel rifugio sicuro che noi avevamo trovato per lei. Helen sarebbe davvero felice.


(*) Traduzione a cura di Silvia La Rosa

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